Survive today to (maybe) fight tomorrow

As my Fallout 4 playthrough goes on, more thoughts accumulate on the back of my mind.

There is one, especially, that I wanted to express & explore, and it is about Survival Mode.

Since Fallout 3 I always tried to play these games with the Survival Mode activated, because it gave me a better feeling of tough life in the post-atomic wasteland. The whole experience changes in many ways, forcing the player to pay attention to hunger, thirst, and other needs. It gives more importance to some items that, otherwise, would be just scrap stuff, like drugs or crafting materials required to create precious antibiotics.

Without Survival Mode elements, Fallout to me is kinda boring. I love the lore, and the gameplay is fantastic nevertheless. However, the lack of survival elements cracks open the fourth wall, disrupting the suspension of disbelief and reducing all my actions to pure mechanic redundancy. While noticing this, I also realized that Survival Mode contextualizes a dynamic familiar to many, many open-world games, namely procrastination.

‘scuse me sir, do you have time to talk about our lord and savior, Beefus?

How many times you found yourself gathering ten herbs for a random guy, in order to complete a secondary mission (and therefore grind to higher levels) completely ignoring, like, a world to be saved? Let’s take Final Fantasy XV as an example: at some point Noctis has to reach a really important place, and you know it’s super urgent. But you stop nonetheless the Regalia next to a juicy enemy and beat the crap out of it, because there is a hunting subquest to achieve.

Survival Mode forces you to stop, and help the random guy or kill the juicy enemy: you either need to trade something the guy has, to save yourself, or the juicy enemy drops some very good meat. So the whole playthrough goes on, (necessary) secondary adventure after secondary adventure, kinda coherent and credible. The way I like it.

Advertisements

Baltimore Ferry


« C’era una donna, su a Baltimora. »

L’uomo col cappello aveva una voce sgradevole. Sentirlo parlare era come ascoltare mille cocci di vetro schiacciati da uno stivale pesante, di quelli in uso presso i reggimenti di cavalleria.

« Di mestiere faceva la puttana », continuò, sempre tenendo il volto nascosto dalla tesa larga del suo copricapo vistoso. « Mica come quelle che ci sono qui da noi, eh. No, lei era di tutt’altra pasta. Fuori dalla sua porta facevano la fila i pezzi grossi: politici, militari, mercanti di spezie, nobili inglesi. »

Nella sala era calato un silenzio di tomba, assorto. Quando c’era da ascoltare una bella storia laggiù sapevano star composti: chi fiatava rischiava di beccarsi una pallottola in fronte. Qualcuno si sporgeva in avanti sul tavolo facendo scricchiolare le assi del pavimento e subito lo fulminavano almeno quattro, se non cinque sguardi furibondi. Persino i bevitori al bancone se ne stavano lì, inebetiti, col bicchiere a mezza via sospeso tra un sorso e l’altro.

L’uomo col cappello inclinò la testa verso il suo vicino, e per un attimo si intravide il barlume di un occhio azzurro come il ghiaccio del fottuto Alaska.

« E, potrei scommetterci le palle, nel retrobottega pure qualche alto prelato aspettava il suo turno, diligente come uno scolaretto. »

Rise, gracchiante corvo infame. E tutti gli vennero dietro, perché quando l’uomo col cappello faceva una battuta a te conveniva ridere di gusto. Fino alle lacrime, se necessario. Oppure a piangere sarebbe stata la tua vedova, aye. Poco ma sicuro.

« Dicevo, c’era questa donna. La chiamavano Mary Sue. Capelli rossi che erano onde di fuoco, pelle liscia come quella di un lattante e due tette da perderci la testa. »

Rafforzò quel suo argomento con un convinto gesto delle mani in corrispondenza del petto. Altre risate, qualche cenno d’intesa tra i masnadieri. Molti dei presenti non vedevano una donna da almeno tre estati.

« A Mary Sue un bel giorno viene in mente quest’idea balzana di prendere il traghetto per Norfolk, e andare a trovare sua sorella dall’altra parte della baia. Così raduna le sue cose e sale sulla bagnarola della sera, quella che fa la traversata nottetempo. »

« I traghetti della Steam Packet Company, sì. Ci lavora mio cugino. »

Il tizio che aveva interrotto la storia era nuovo in città, ma forse si sarebbe trattenuto a lungo dalle parti del cimitero. Lo guardarono tutti con ben poca invidia. L’uomo col cappello tamburellò due volte col dito sul tavolo da poker, indicò colui che si era intromesso nel suo racconto e, con gran sorpresa di tutti i presenti, annuì sorridente.

« Proprio così, straniero. Si imbarcò su una nave della Steam Packet Company per raggiungere la sua amata sorellina. Quello che però Mary Sue non sapeva, e non poteva saperlo perché faceva la puttana, era che sulla sua stessa barca si trovavano alcuni loschi ceffi venuti da molto, molto lontano: la banda di Smiling Robey al completo, direttamente dalle assolate terre del Texas. »

Tre uomini si fecero il segno della croce, altri annuirono e due trangugiarono whiskey come fosse acqua piovana.

« Siate benedetti, fratelli. Ora, la voce della presenza di Smiling Robey in città si era diffusa in fretta. A Baltimora non vola una mosca senza che si sappia in giro, beninteso. Jonnyboy lo sa, che è così. Lui laggiù ci è nato e cresciuto. Dico il vero, Jonnyboy? »

Il ragazzetto, fermo in un angolo con ancora in mano la ramazza, fece cenno affermativo con la testa così violentemente che per poco non gli si staccò dal collo esile. Sorrideva inebetito, perché era un po’ tocco – gli mancavano due o tre mercoledì, per così dire – ma potete star certi che a nessuno, e dico nessuno, era mai venuto in mente di tirargli qualche scherzo. Anzi, gli volevano un gran bene ed era rispettato da tutta la città: magro come un chiodo, tanto che con gli abiti da garzone addosso pareva un dannato spaventapasseri, quel Jonny lavorava come un mulo.

« Ecco qua, ve lo dicevo. Io non conto mica balle. Però voi direte: se girava voce, possibile che Mary Sue non sapesse di Smiling Robey e dei suoi? Certo che no! Era stata così impegnata a farsi sbattere per tutto il giorno, che la cosa doveva esserle sfuggita gioco forza. Perciò eccola lì, la nostra povera meretrice indifesa, su un battello pieno per metà di criminali e per l’altra metà di poliziotti in borghese che a quei signori texani volevano fargli la pelle. Non era la sola, ovviamente: a tenerle compagnia c’erano intere famiglie di disperati, i lavoratori di ritorno a casa dopo una giornata di fatiche, e qualche negro di quelli a cui la libertà ha dato alla testa. »

Altre risate, tra cenni di assenso e borbottii. Il vecchio Jebediah sputò per terra. Per lui la faccenda era ancora una ferita aperta; a causa dei negri aveva combattuto una guerra, e quella maledetta guerra l’aveva persa.

« La prima metà della traversata se ne va via tranquilla. Liscia come l’olio. Gli sbirri volevano essere certi di beccare Smiley in trappola, senza vie di fuga. Gli avevano organizzato proprio una bella festa a sorpresa, parola mia. E mentre Mary dormiva della grossa su una panca del ponte superiore, con la brezza marina che le scivolava sulla pelle perfetta, quelli si mettevano tutti in posizione per far partire i fuochi d’artificio. »

Scosse la testa, come sconsolato, ma con un sorrisetto da figlio di buona donna: « Non se lo immaginava certo, che allo scoccare della mezzanotte si sarebbe scatenato l’inferno. »

E a quelle parole butto giù un sorso di bourbon scadente da quattro soldi, che era il suo preferito, ma anche la peggior cosa che si poteva bere nel raggio di cento miglia da lì. In parecchi lo imitarono, approfittando della piccola pausa per confabulare ipotesi su cosa fosse successo. Qualcuno si ricordava del traghetto di Baltimora, ma nessuno – e dico: nessuno – dei presenti conosceva la storia per intero. Solo uno, un tale che aveva dei terreni in Florida, si domandò come facesse l’uomo col cappello a sapere tutti quei dettagli. Ma non diede voce a quei pensieri, e forse fu meglio così. Ché quei terreni giù in Florida non si sarebbero certo coltivati da soli.

« La polveriera è scoppiata un po’ per caso, a dirla tutta. Tre degli uomini di Smiling Robey stavano salendo le scale per andare su a fumare un sigaro e guardare il mare, loro che al massimo avevano visto un rigagnolo texano. Giunti in cima però i masnadieri si rendono conto che qualcosa non va. Troppa calma. Troppo silenzio. Allora fanno per tornare di sotto, a dare l’allarme, ma non fanno nemmeno mezzo gradino che parte il primo proiettile. A cui fanno seguito molti, molti altri. Smiling Robey sente gli spari e corre a dar manforte ai suoi insieme al resto della banda. I poliziotti si radunano sul ponte e fanno quel che possono per sparare solo ai brutti ceffi. »

Per meglio far intendere quella scena al suo pubblico di deficienti, l’uomo col cappello prese ad armeggiare con le fiches sul tavolo da poker – con buona pace dei suoi avversari, ammutoliti – schierando quelle blu da una parte, e quelle verdi dall’altra.

Quindi ne prese una rossa e la mise esattamente tra le due schiere.

« Immaginate lo spavento, per Mary Sue, che viene svegliata da una pistolettata appresso all’altra e si ritrova nel mezzo di una fottuta sparatoria. Non era certo abituata a farsi prendere da due lati così, in quel modo! »

Rise ancora, mostro senza cuore. Il coro di pecoroni diligenti lo seguì a ruota, com’era prevedibile.

« La ragazza si butta d’istinto giù dalla panca su cui stava, per ripararsi dalle pallottole che intanto volano dappertutto » riprese, quando ebbe finito di sghignazzare. « Nel frattempo si scatena un putiferio: urla, gente che corre di qua e di là, finché non iniziano a cadere a terra i primi disgraziati. Uno dei texani si becca un calibro 45 in piena faccia, così: » aprì i pugni simulando con le dita un’esplosione di cervella.

« E a lui è pure andata bene, aye. Nel giro di qualche minuto tre piedipiatti finiscono per ingombrare il ponte superiore a faccia in giù, ma mica morti, no: con del piombo nelle budella, a crepare lentamente come quel bastardo di Padre Rudolph. Che riposi in pace. »

Alcuni mormorarono. Altri si limitarono a cenni di assenso. Un vecchio cercatore d’oro si segnò, poi si baciò le nocche e invocò l’uomo Gesù.

« Amen! » gracchiò l’uomo col cappello, anche se non metteva piede in chiesa da quando aveva condannato il pastore. « Ma sentite qua, che adesso arriva la parte divertente! Il traghetto è ormai una bara che galleggia, e gli sbirri, che non si aspettavano certo una risposta così celere al fuoco, presto o tardi vanno tutti al Creatore. Così Smiley e i suoi prendono possesso della nave, ammazzano tutti quelli che trovano, capitano incluso, e si mettono a discutere sul da farsi senza nemmeno star lì a piangere i loro morti. Ché tanto ai balordi di quella risma non importa un fico secco l’uno dell’altro. »

« Sì, ma Mary? Che fine ha fatto la troia? »

Decine di volti si girarono insieme nella stessa direzione, manco a volersi mettere d’accordo. L’uomo col cappello alzò lo sguardo spazientito. Un lampo argenteo seguito dal tuono inconfondibile di un revolver sancì la fine delle interruzioni. E mentre il garzone del mugnaio si accasciava sul tavolo come una foglia morta in un lago di sangue, gli altri tornarono a concentrare serenamente la propria attenzione sull’oratore, killer, e forse pure figlio del demonio.

« Di questi tempi ai giovani manca proprio l’educazione, cazzo », predicò con la pistola ancora fumante in mano, prima di poggiarla davanti a sé sul tavolo da gioco, in bella mostra.

« Dov’ero rimasto? Ah sì, Mary Sue. La nostra amica si trova faccia a faccia con un cadavere già a metà della faccenda, ma sta zitta. Sta ferma. Non fiata. Lei sì che aveva buon senso, dopotutto. La ragazza sapeva stare al mondo! Insomma, Mary aspetta cheta cheta che la festicciola finisca, quindi fa ciò che qualsiasi persona sveglia avrebbe fatto: scappa sottocoperta a cercare un nascondiglio migliore. »

Mosse due dita in aria come per dire “andiamo oltre”, quasi a voler velocizzare il suo stesso racconto.

« Trova uno sgabuzzino e ci si infila, ma lo spazio è già mezzo occupato da un branco di ratti neri, di razza africana. I poveracci la guardano storto, poi però si convincono che è meglio stare stretti appiccicati a un simile fiorellino piuttosto che no. Chiamateli stupidi, se volete! Ahr! »

La mano dell’uomo col cappello batté due volte sul tavolo da poker, facendo saltare le fiches da tutte le parti e obbligando la pistola ad un sobbalzo pericoloso. A quei suoni seguirono altre risate, e altri tonfi ancora: un frastuono hillbilly a cappella, senza ritmo né anima.

« A un certo punto, davanti al loro covo vedono passare gli uomini di Smiling Robey e – sorpresa delle sorprese! – stanno confabulando con uno sbirro. »

Pausa, mormorii di sorpresa, mezzaluna di denti brillanti dell’infido oratore.

« Salta fuori che questo sottotenente o maresciallo vattelapesca si è messo in combutta con Smiley, ha venduto i suoi compari e mandato in vacca l’imboscata. Se i masnadieri sono riusciti a farla franca perciò lo devono solo a lui, ma la gratitudine non è fra i pregi dei texani mi pare. Infatti, proprio sotto gli occhi dei negri e di Mary, allo sbirro traditore arriva una palla di piombo sulla nuca, e finisce a far compagnia ai pesci prima che il sole sorga sulla baia, maledetto sia. »

Di fronte a lui c’era ancora un bicchiere sporco, unto e ormai vuoto. Si limitò a farlo tintinnare con un colpo dell’indice sinistro, e subito il taverniere si fece avanti portando una bottiglia impolverata dentro cui ballava ambra liquida. Mentre ne versava il contenuto, l’uomo col cappello gliela strappò di mano per tracannare un sorso direttamente dal collo in vetro.

« Frattanto che sentono questi discorsi, i nostri capiscono anche di avere le ore contate. Smiling Robey non porterà le sue chiappe a Norfolk sapendo quel che sa: i cari tutori della legge lo aspettano all’attracco, sicuro come il sole che sorge al mattino. C’è da far qualcosa, e alla nostra Mary Sue viene in mente un’idea. Ne parla ai suoi nuovi amichetti scuri, che si dicono d’accordo. »

Un fruscio lo costrinse ad interrompersi ancora una volta. Il barlume di pazienza che aveva mostrato finora scomparve da sotto il cappello, però l’uomo strinse i denti quando si rese conto che Jonny stava semplicemente armeggiando col cadavere del tizio a cui lui aveva sparato poc’anzi, per spostarlo da lì. Perché stava insozzando il locale col sangue, e a Jonny avevano ordinato di tenerlo pulito, quel fottuto saloon. Seguirono attimi di silenzio imbarazzato, in cui il ragazzo fece del suo meglio per risolvere la questione, senza successo.

« Non statevene lì impalati, babbei! Aiutatelo! », berciò rabbioso. Manco a dirlo, quelli obbedirono subito.

Una volta sbrigata la faccenda del cadavere, Jonny andò a prendere un secchio e uno straccio per pulire il pavimento. Silenzioso come un’ombra si mise al lavoro e l’uomo col cappello poté riprendere il suo monologo.

« Dunque, dicevo: appena i banditi si levano dalle palle, Mary esce allo scoperto e, già che c’è, si scopre pure un po’ anche lei. Strappa la gonna, rassetta il corpetto. Con le gambe belle in vista e le tette alla ribalta, si prepara a recitare la sua parte: quando i banditi tornano a pattugliare sottocoperta lei si fa trovare così, indifesa, appetitosa e invitante. Quelli, che pure hanno l’ordine di sparare a vista per ripulire la nave dai civili, ovviamente si lasciano ingolosire. “Che spreco” pensano, “ammazzare un bel bocconcino come questo, senza prima averlo assaggiato”. Poveri stronzi! » stridette, rauco. « Appena usciti dall’imboscata degli sbirri, cascano nella rete di una tenera fanciulla! »

Grasse risate, alcool di traverso per gole aride e cuori ipocriti.

« Finisce che i nerboruti figli d’Africa li colgono – letteralmente – con le brache calate, e gli danno una bella ripassata. Stesi i balordi, Mary e i suoi li alleggeriscono dal peso ingombrante di qualche carabina e rivoltella. Lei ha dovuto sparare pochi colpi in vita sua, eppure sa cavarsela; quegli altri invece erano operai, sì, ma prima ancora avevano una predilezione per le giubbe di colore blu. »

Roche bestemmie da far rivoltare il diavolo, altra sequela di sputi per terra; alla gente di quella contrada non andavano affatto giù certe storie, si sarebbe detto. E forse il cantastorie lo sapeva, perciò li provocava apposta. Dal suo ghigno malsano si intravedeva infatti una certa goduria.

« Mary pensa di usare lo stesso trucchetto con quelli che stanno al timone, Smiling Robey compreso. Stavolta però i suoi compari si appostano, armati di tutto punto, per crivellare i texani come Iddio comanda. Comincia a piovere, e la pioggia si mischia al sangue sulle assi del ponte superiore, che diventa viscido. Scivoloso. Non il palcoscenico perfetto per un gran finale, direi. Purtroppo però le storie finiscono bene solo nei racconti per bambini, e difatti a Mary lo stratagemma non riesce una seconda volta. Quando Smiley vede quel bendiddio sul ponte si insospettisce, così le intima di alzare le mani bene in vista. Lei si rifiuta. Parte un colpo, forse dai negri che si erano impauriti. »

Strinse la testa nelle spalle con un gesto stranamente umano, stranamente normale. Aveva una strana luce negli occhi, seminascosti dal solito cappello; una luce di triste, amara consapevolezza.

« La banda risponde al fuoco con furore, convinti che ci siano ancora sbirri a bordo. Due dei negri nordisti cadono stecchiti, al che Mary Sue tira le redini ancora una volta – che donna, ragazzi miei! che donna! – e prende ben bene la mira: BANG!!! »

Simulò lo sparo con due dita della mano, facendo sussultare più di un ubriacone.

« Spara dritta dritta a una lanterna del ponte di comando, una stanzina piccola e gremita di anime nere. C’è tanto legno asciutto, là dentro, che prende fuoco all’istante. I balordi, ormai chiusi tra l’incendio e le pistolettate, fanno la fine dei topi. O delle anatre alla domenica, vedete voi. »

L’uomo col cappello si concesse un altro sorso di veleno ambrato, a sancire la fine delle ostilità. Calò un silenzio ottuso, di quelli in cui vorresti alzare la mano per dire qualcosa o chiedere spiegazioni ma hai una paura fottuta di passare per idiota.

Fortuna che c’era Jonny, a cui questi pensieri non passavano mai per l’anticamera del cervello: « E poi? Cos’è che è successo? »

Bonariamente, il narratore toccò la tesa del suo enorme cappello e annuì. Sì, avrebbe continuato la storia fino all’ultimo brandello.

« Poi la pioggia doma l’incendio e le onde fanno il resto, portando la bagnarola alla deriva. Arrivano i rimorchiatori, che lo trascinano pigramente a destinazione. Mary scende dal battello all’alba insieme ai suoi nuovi compari, disarmata e stanca. Ma quando i piedipiatti di Norfolk si fanno avanti mica vogliono ringraziare lei e i due negri rimasti, oh no. La prendono su in malo modo e le cacciano i polsi dentro un bel paio di manette! L’accusa è di sovversione, incendio, omicidio plurimo. Agli sbirri va bene qualsiasi cosa pur di non far figuracce, pur di non passare per gli incapaci che hanno lasciato il lavoro sporco a una puttana e un manipolo di negri. »

Scosse la testa: « Certo, lei lo dice, che si è solo difesa. Che ha fatto di tutto per sopravvivere. I negri, poveri diavoli, testimoniano subito a suo favore, però anche se sono titolati di guerra nessuno gli crede. Anzi passano pure loro per colpevoli. Mary piange, si dispera. Ma finisce in gattabuia, volente o nolente. E ci resterà finché campa, perché la vita è ingiusta, amici miei! La vita è un cesso dalle pareti lorde che nessuno di noi vuole pulire. », annunciò infine, scoprendo il viso deturpato dalle fiamme per metà.

L’uomo col cappello aveva un occhio di ghiaccio e uno bianco sporco, come morto. La sua faccia era un arido deserto crespo. Lo attraversava come un canyon solo quell’inconfondibile sorriso bieco che gli era valso un soprannome in grado di terrorizzare mezzo Texas e oltre. Fino a Baltimora, fino a una nuotata salvatrice nelle acque fredde di una baia immersa nell’oscurità.

« Potete fidarvi, ve lo dice lo zio Robey. »

Agdy days

These are odd days.

Lately I am facing a lot of “trolley problems” in either personal life, work life, or other situations where I either do nothing and watch things become a mess, or I do something and cause a slighter (maybe more manageable) mess. In any case it appears I cannot be satisfied by the choice I make, which is kinda frustrating. The funny side of the story, though, is that this happens also when I play games.

Let’s take Fallout 4 as an example: after Bethesda announced Fallout 76 I was so hyped that I picked the fourth up again, since I never completed the main story and wanted to see where it goes. Among the reasons that led me to abandon it in the first place there was my character, a guy somewhere in between Rambo and the lone wanderer seen in Fallout 3. It was so shallow that I lost interest in it, so this time I made an extra effort to build a very specialized character that could be interesting from start to finish.

My first attempt was a heavy weapon expert specialized in power armors. The guy goes by the name of Connor, and walks around with a machine gun, always wearing his customized armor. It worked, especially considering I’m playing in Survival Mode, but at some point I realized there was potential for something different…hence I restarted the game.

The second try was a ninja named Kisuke: stealthy dude who lurks in the shadows, waiting for the right chance to strike. While the idea looked bright and amazing on paper, playing such a character within Survival Mode is a nightmare (or at least it is for me). Enemies spot you too easily, and I noticed that the Ninja perk (which should multiply 4x any stealth melee damage) does not trigger all the times for some reason. So I was always entering gunfights with a knife. How about nope.

At that point I had another choice to make: restart the game again with another build (I have many in mind: the beastmaster, the scientist, the leader), or just stay with what I had and go on. This time I choose the latter. Playing as Connor might not be so very particular, but it is better than entering an endless loop of dissatisfaction. And I’m starting to get attached to it, after all.

Zombie 3

The other day I finally completed The Evil Within. It has been a harsh playtrough, to say the least: aside the swearing and all my usual grumbling, I must admit that it is a really solid game. Although it implements some major design choices that I cannot tolerate, as you could read (here and here), my final impression is positive. Not sure if I’m going to play the sequel, tho. The setting/lore did not pull me in at all, and I’m afraid the it would be a very “more of the same” situation for which I have zero interest at the moment.

This is a problem I have with games (and books, and movies): if the setting is not to my taste, I tend to avoid it; on the contrary, if I like the setting, I can overlook all the kind of flaws. For example, I am not interested in the Witcher franchise. At all. Maybe The Witcher 3 is the greatest game of all time (as I heard many times), but…meh. I mean, okay. That’s cool, but none of my business. Maybe one day I will force myself into playing it, just to observe why people is so enthusiastic about it. Maybe.

However, I could play Fallout: New Vegas and the whole Dishonored saga anytime, many times in a row. It already happened, actually. While some of my friends complain about every little bug that is in those games, I simply don’t care: the feeling of lurking into a lore that I like is so overwhelming that anything else fades in the background.

To me, there’s a power in world building, in creating a compelling narrative universe that makes me wonder “what’s next?” “what happened here?” and so on, that other design elements cannot reach.

I guess it’s just a matter of personal attitude. After all, I’m also a super fan of the Riddick universe. Nuff said.

Zombie 2

Since yesterday’s rant was not specific enough, here’s some more arguing against The Evil Within design choices.

Today I faced a bossfight that begun right after a cutscene. As soon as the fight starts, the playable character has no ways to escape and embraces his weapons; to me, this appears as a clear hint for the player: it says “You must stay there and fight”.

However, shooting at this huge monster has little, or no effect at all. At some point NPCs yell some directions that could drive your attention to the real threats or, rather, to the threats you should face in order to progress into the game. Sadly enough these directions are not clear, perhaps because Italian localization changed them a bit, or they are just too vague, and while the player tries to figure them out, the mega boss swings its arms to kill the protagonist.

Then you are forced to restart the battle, and watch the cutscene (which you cannot skip completely) all over again. This happens on a loop until you figure out precisely how to move, what to do, etc.

Now, I like this “puzzle-solving” attitude applied to bossfights, when there is a pattern to discover or a way out to find. I really do. But forcing the player to watch over and over again a cutscene in preparation for the fight is kinda boring, frustrating. It works against the flow of a satisfying gameplay.

Zombie

At some point, while playing Tango GameworksThe Evil Within, you will eventually find some corpses that aren’t quite as dead as they look. They are actually not dead enough, so you – a very good Samaritan – need to help them to stay put. Some of them will try and get up again and again (and again), as all good zombies do. Because they refuse to surrender, always trying to evade death (like this blog of mine, for example).

It feels like it’s time for me to do my thing – writing – again, in any possible way. In the last few weeks I typed lots of words one after the other so that they made sense, forming stories. But I missed writing about games, and here we are once again.

Contain your enthusiasm, mate

So. The Evil Within.

I’ve been waiting to play this game since it was announced, but [things] happened and I was able to get my hands on it just lately. At first it reminded me the old Resident Evil games: its third-person gameplay with vintage mechanics quickly got me excited. However, as I adventured deeper into this hallucinating (and very well written) horror, I started to swear a lot. Not surprising anyone here, but this game is very hard sometimes. Very hard.

Not just because designers were able to put challenges into it, no: it appears that there are some buggy mechanics, or design flaws, intentionally left there to increase the game’s difficulty. For example, aiming with a pistol could be really frustrating due to the fact that a shot could miss the target even if it was perfectly centered in the HUD’s gunsight. Then you have boss fights: in order to understand what to do, or just do it right, sometimes you need to play a long session four, five, or six times in a row before finally advancing. Not to mention glitches, buggy hitboxes and all the kind of stuff. Result: hours and hours of frustrating gameplay.

This kind of approach to game design just makes me sad. Seriously devs, don’t be like this. I want to play your game, which i like very much, so let me just learn from my errors and get better (> INB4 GIT GUD FAM), do not frustrate me with ruthless enemies, rusty mechanics or frustrating bugs.

Ok? Thanks.

Praise the Nutella!

In a recent commercial broadcasting on Italian television the speaker asks the audience if they’d like some cocoa spread. Or an adherable yellow paper rectangle. Or maybe a plastic brick to build something.

The clever hints to Nutella, Post-it and Lego brands work well with the publicized product (which I unfortunately forgot, lol). However, this made me think about how much brands influence our language, and therefore our way of thinking. Sometimes with very dangerous, or at least worrying, results.

Take Dark Souls as an example: since it became ultra popular as a game, and then as a genre (the souls-like), its brand has been used to define and describe all the kinds of stuff. There’s a quite funny Twitter profile that aggregates every questionable mention to From Software’s title. To give you some examples:

Now, you can start to see my point here. Dark Souls nowadays has become a synonymous to “difficult game”, and many people on the internet begun to use it in a re-definition of highly punishing titles that already existed, or that share some common features in terms of gameplay, structure, aesthetics. As if difficult stuff didn’t exist prior to Dark Souls and languages didn’t offer any coherent way to express the concept of hard-to-beat game before. There’s an implicit subtext of laziness around this phenomenon, that finds its peak in the more recent exploit of the TV Series Black Mirror.

(git gud, Netflix)

Since our world seems the prelude to a very big dystopian fiction, many creepy facts that involve a wrong use of technologies are happening all around the globe. So, how do you think that journalists, opinion leaders, and newsers are defining those? With the sentence “It’s like a Black Mirror episode” (or any other declination of it), OF COURSE. Because, you know, dystopia as a genre never existed before. Orwell, Bradbury, Ballard, Dick, and co. are just pre-copycats of Black Mirror, apparently.

This association of a brand to an already existing product, or fact, tends de-construct said product/fact. The brand becomes a category, it becomes the product itself. Hence, influencing our way of thinking. Opening Twitter (and Facebook) these days feels like Dark Souls was the precursor to challenging games (say hi to NES’ Ninja Gaiden or Prince of Persia), while the Black Mirror brand created a genre on its own – de facto erasing from people’s memory a whole literature of dystopian classics.

Which, paradoxically enough, sounds too much like a damn Black Mirror episode.